Le arti marziali: Una lezione di “vita”

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Nella classificazione fisiologico-biomeccanica delle attività sportive (proposta dal Prof. Dal Monte), le arti marziali sono considerate attività aerobico-anaerobico alternate, con una elevata percentuale di masse muscolari corporee impegnate e richieste distrettuali di forza muscolare di tipo medio-alto. Sono attività in grado di assicurare al sistema propulsivo dell’apparato locomotore la massima quantità di energia ricorrendo all’apporto aerobico in maniera modesta.

Di conseguenza la quantità di debito lattacido, la velocità e il tipo di movimento che l’atleta è in grado di compiere, sono fondamentali, considerando che le forti accelerazioni impresse alle masse muscolari hanno come caratteristica principale e come parametro fisico, la potenza. La denominazione arti marziali comprende un ampio numero di discipline di combattimento e autodifesa, prevalentemente di origine orientale.

Si ritiene, infatti, che le arti marziali, intese come sistema di studio delle tecniche belliche e allenamento del corpo, siano nate tra l’India e la Cina e si siano di qui diffuse in altre regioni dell’Asia e successivamente in Europa. Le arti marziali vengono spesso erroneamente definite come pura tecnica di combattimento atta a difendersi, attaccare e, a volte, persino arrecare danni fisici. Si tratta però di un concetto falso e riduttivo che non rende merito agli innumerevoli benefici psico-fisici che queste comportano verso coloro che le praticano.

Numerose indagini e ricerche scientifiche hanno dimostrato negli atleti praticanti, un incremento e miglioramento della capacità di concentrazione, del comportamento e dell’umore, un aumento della autodisciplina-autostima e delle capacità comunicative-relazionali. Tutto ciò pone l’atleta in alternativa ai condizionamenti della società che lo stimolerebbero verso traguardi effimeri quali il consumismo, il simbolismo, il prestigio e l’ostentazione di “status”.

Tali sport, praticati sin dall’infanzia e nell’adolescenza, non sono solo sublimazione dell’aggressione, ma anche controllo e rispetto entro le norme di gara, permettendo di potenziare le istanze psicologiche deputate all’autocontrollo (ottimo ausilio contro il bullismo). Spesso il gesto atletico rappresenta per il giovane un mezzo di espressione corporea (anche psichica) per identificarsi nell’adulto e quindi per assumere atteggiamenti e comportamenti più maturi. Gli atleti imparano, nel corso del tempo, a sviluppare un’organizzazione mentale che regola importanti sequenze psico-motorie favorendo, quindi, la propensione ad assumere processi decisionali con differente grado di responsabilità. La morale sportiva, che nasce dalla pratica di esso, rappresenta la garanzia di un comportamento emotivamente e socialmente equilibrato.

Mediante tali sport, il bambino può affermare l’autonomia della propria personalità, liberarla dai bagagli emotivi ed i precari equilibri psico-affettivi infantili, per integrare il tutto nella realtà. Di conseguenza si impone, da parte di ognuno di noi, particolare attenzione nella fase propositiva di tali sport, per non perdere le enormi potenzialità insite nella pratica regolare e costante di essi.

Dott. Nicola Iacovone
Specialista in medicina dello sport

Angelo

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